Lo scempio del castello di Montechiaro (AG)

Da un articolo della redazione di  “Monumento-documento”.

 

Il Castello di Montechiaro (AG)

 portale d'ingresso prima del restaurodopo il restauro

 

(altre fotografie dello scempio  le trovate a questo indirizzo )http://www.unipa.it/monumentodocumento/pericolo/montechiaro/montechiaro1.html

 

Alla redazione di Monumento-Documento sono giunte allarmanti notizie in merito agli interventi di recente portati a compimento nel castello di Montechiaro, con gravi danni inferti al noto monumento. Decidiamo dunque di dedicare ampio spazio alla diffusione di notizie in merito alle recenti vicende del Castello sito nel Comune di Palma di Montechiaro.

 

Il castello, fondato nel XIV secolo, è tra i beni della famiglia Chiaramonte fino al 1391. In seguito alla confisca di re Martino I, dopo alcuni passaggi di proprietà, perviene a Giovanni Caro che nel 1433 riceve la licentia populandi per il centro abitato di Palma nella baronia di Montechiaro. Nel 1614 Ferdinando Tomasi si investe della baronia di Montechiaro, prende possesso del castello e lo trasmette in successione agli eredi.

 

Il complesso fortificato presenta un impianto planimetrico articolato, con corte e torre maestra, che si adatta all’orografia del costone roccioso in prossimità del mare. Il castello di Montechiaro è considerato uno degli esempi più tipici dei castelli trecenteschi della Sicilia e, malgrado l’assenza di funzioni d’uso, si è conservato integralmente nella sua autenticità fino al 2000.

 

Gli interventi svolti confermano che l’antico castello è rimasto vittima di pesanti operazioni di ripristino, condotte in violazione della Carta Italiana del Restauro 1972 e senza alcun riferimento alla cultura del restauro. Il castello appare trasfigurato a causa del rifacimento delle pavimentazioni, dell’alterazione delle aperture, del rivestimento degli antichi paramenti murari con intonaco, delle nuove scale e dei danni provocati per l’inserimento di impianti.

 

 Marco La Franca

lafrancamarco@gmail.com

Resti del tempio di Zeus nel molo ovest di Porto Empedocle (AG)

Il molo di Ponente di Porto Empedocle è stato realizzzato con i resti del tempio di Zeus nel XVIII secolo. I grossi blocchi del tempio sono tuttora visibili. Alcuni fuoriescono dall’acqua e presentano ancora interessanti particolari architettonici. 

Questo è un dettaglio che non è stato mai menzionato in alcun libro e che l’operatore scientifico di beni culturali Marco Falzone mi ha segnalato nell’estate 2007. A mia volta ho fatto la segnalazione all’archeologo tedesco Hanz Beste dell’Istituto Germanico che recatosi al molo ha potuto confermare.

In occasione del Convegno dedicato alle Giornate Gregoriane tenutosi ad Agrigento nel novembre 2007 è stato chiesto agli archeologi di fama internazionale presenti, tra cui il Prof Mertens, se fosse opportuno apporre un vincolo al porto di Porto Empedocle. Tutti i presenti hanno mostrato incredulità e interesse (nessuno aveva mai visto quei resti). Tutti sono stati  d’accordo sull’opportunità di apporre un  vincolo e si sono impegnati ad intervenire in merito secondo le proprie competenze.

A oggi non è stato fatto nulla. E’ stata fatta la segnalazione anche al direttore della  Soprintendenza del Mare della Regione Siciliana, Sebastiano Tusa, ma anche lui se ne é lavate le mani rispondendo che i porti sono di competenza dell’Assessorato territorio e ambiente.  Ciò é vero, ma é pure vero che tutto ciò che è archeologia compete all’Assessorato dei Beni Culturali. 

Il problema è che l’argomento porto di Porto Empedocle è diventato scottante e tutti (politici,  amministratori e  studiosi sempre più politicizzati) evitano di trattarlo. Infatti a Porto Empedocle vogliono fare un Rigassificatore e cominceranno i lavori tra 4 mesi.

Se non si farà nulla per proteggere i resti del tempio di Zeus, passeremo alla storia per aver effettuato uno scempio. Ciò sarebbe una contraddizione  dato che ai nostri giorni tutti critichiamo gli scempi passati. 

 L’impianto dovrebbe sorgere ai piedi della Casa Natale di Luigi Pirandello.

Il Parco letterario di Pirandello comprende anche la costa e non si capisce come la Soprintendenza abbia potuto dare parere positivo al rigassificatore. A 1 km si trova il Parco archeologico e paesaggistico della Valle dei templi sito UNESCO, ma l’UNESCO non ha mosso un dito per contrastare il progetto.  Alcune associazioni locali tra cui L’Associazione Salviamo la Valle dei Templi di cui faccio parte hanno fatto ricorso al TAR, alla Commissione Europea e hanno chiesto all’UNESCO di inserire la Valle dei templi nella Danger List dell’UNESCO.

Giovanna Lombardo

Il degrado di Pompei

 

Questo è un articolo del 22 Gennaio scorso della dott.ssa Eva Cantarella ordinario di Istituzioni di diritto romano all’ università di Milano, esperta di cultura classica ed autrice di libri che hanno raccontato anche al grande pubblico la vita ai tempi dei greci e dei romani ci descrive lo stato di incuria in cui volge il sito archeologico ma sopratutto le antiche iscrizioni sui muri della città.

Benchè il sito sia stato commissariato, molti ancora sono i provvedimenti da prendere a tutela del sito.

“Un degrado progressivo e visibile. Nel quale precipita, anno dopo anno, il sito archeologico di Pompei. Ma le condizioni degli Scavi sono legate a quelle del contesto. Se non si risana il territorio, non credo sia possibile salvare l’ antica Pompei».   «Non so cosa stia succedendo con il commissariamento deciso qualche mese fa dal governo. So, però, che la situazione deve essere davvero grave se uno studioso straordinario come il sovrintendente Piero Giovanni Guzzo non è riuscito ad imporre una svolta, a scongiurare che il degrado si porti via le testimonianze di cui è ricco quel sito».  Ma anche le scritture di strada, le iscrizioni che a Pompei sono presenti numerosissime, sono perennemente minacciate dal degrado che rosicchia la città antica. «Manco da Pompei da circa un anno  ma sono preoccupatissima per quel che ho visto durante le mie ultime visite: il degrado di molti edifici, le coperture delle case fatte in maniera approssimativa, i dipinti che sbiadiscono perché non sono protetti. Non ho riscontrato sporcizia o incuria nelle strade, come invece spesso sento raccontare. Ma è chiaro che c’ è qualcosa, non so cosa, che impedisce di fare di più. Non bisogna essere profondi conoscitori della zona per capire che il disordine di Pompei è connesso al disordine del tessuto urbano circostante. Gli Scavi e il contesto non possono essere analizzati e osservati separatamente l’ uno dall’ altro. E se non si affrontano i problemi del tessuto circostante, non si risolvono quelli di Pompei». «A proposito di iscrizioni, ad esempio. C’ è quella celebre della Taverna di Asellina, firmata da molte donne: appena qualche anno fa era ben leggibile; ora la si vede appena». Spariscono i nomi di Aeglae, di Maria, di Smyrna; sparisce il nome della stessa Asellina. «Quelle scritture di strada sono come luci che si accendono su scene di vita delle donne. Sono fondamentali, e non solo per ricostruire la condizione femminile nell’ antichità». Sono fondamentali, «ma abbandonate. All’ estero, anche in siti archeologici non particolarmente famosi, le iscrizioni vengono coperte, isolate, tenute a una certa temperatura, quasi come fossero quadri in un museo. Mi rendo conto che non si può fare altrettanto con le migliaia di iscrizioni di Pompei, per il fatto stesso che sono così numerose. Non si può fare altrettanto, ma almeno qualcosa”.

Marco La Franca

lafrancamarco@gmail.com

La situazione del Mausoleo di Augusto e di Piazza Augusto Imperatore

Con questo articolo vorrei monitorare gli interventi destinati alla realizzazione della nuova piazza. Piazza che versa, come molti sanno, in uno stato d’abbandono e che gli interventi alla contermine Ara Pacis non sono stati qui estesi.
(Foto Picasa)
Il Comune di Roma nell’ambito del progetto generale di sistemazione e valorizzazione dell’area del Tridente ha espletato nel 2006 un Concorso internazionale di progettazione per una nuova sistemazione di piazza Augusto Imperatore.  Il progetto vincitore prevede una piazza verde al livello attuale e il recupero dei livelli antichi del monumento, in particolare nel settore meridionale dove è previsto il raccordo tramite scale tra la Chiesa di S. Carlo, il Tevere e l’accesso al Monumento. Pertanto in tale area meridionale della piazza sono in corso le indispensabili indagini archeologiche. Nell’ambito di tale intervento sono previsti anche scavi ed indagini archeologiche sul Mausoleo, preliminari al restauro del monumento e nel parterre circostante.
Obiettivi degli interventi sono:
- lo scavo integrale dell’area per indagare l’esistenza di eventuali preesistenze archeologiche al fine di verificare la fattibilità del progetto vincitore
- la conoscenza del monumento, mai integralmente indagato, e la verifica dell’esistenza di eventuali preesistenze nel parterre ad esso circostante, necessaria per la futura realizzazione di un antiquarium ipogeo alla nuova piazza Augusto Imperatore.
Finanziamento: Piano investimenti 2006 -2008
Staff:
Responsabile del Procedimento: dott.ssa Paola Virgili (U.O. Direzione, Servizio III)
Direzione Lavori: Arch. Sebastiano La Manna, arch. Paola Marzoli (U.O. Tecnica di Progettazione).
Direzione Scientifica: Dott.ssa Paola Virgili, dott.ssa Nadia Agnoli, dott.ssa Elisabetta Carnabuci, dott.ssa Ersilia Maria Loreti (U.O. Direzione, Servizio III).
Fonte:Sovraintendenza del Comune di Roma
Milko (milko@progettopharus.org)

Parco di Veio, discariche ad ogni angolo

di ELENA PANARELLA (Il Messaggero 20/10/2008)

Un nuovo insulto nel Parco di Veio. Dopo le discariche a cielo aperto, gli abusi edilizi, gli scavi archeologici lasciati incustoditi, quest`area immensa di quindicimila ettari, e ricoperta
in gran parte da rifiuti di ogni genere. Materassi, frigoriferi, carcasse di auto, motorini, bombole del gas, divani. Ma anche mobili, reti, resti di cucine e pali della luce accatastati accanto alle tombe etrusche e alle bellezze naturali del Parco regionale di Veio. Montagne di rifiuti abbandonati persino all`ingresso della
strada che porta alla chiesa più significativa del parco, il Santuario della Madonna del Sorbo, tra Campagnano e Formello.
«E` veramente un peccato vedere questo luogo trasformarsi sempre più in una gigantesca discarica. Qualcuno salvi il parco», raccontano Marco e Sandra F., a passeggio all`interno del parco. «Non è bastato tutto lo scempio fatto negli anni - si sfogano entrambi - ora mentre cammini invece di imbatterti nelle splendide
necropoli, trovi solo rottami. E` una vergogna; nessuno interviene». C`è anche chi segue dei percorsi fai-da-te, in
bicicletta. «Questo patrimonio lo stiamo distruggendo - si
sfoga, Carlo Servi, che ogni domenica, percorre chilometri con la sua bici - Il valore storico, archeologico e paesaggistico deve fare purtroppo i conti con lo stato cronico di abbandono e con i continui scempi ambientali. Ma lo stato di abbandono di questo luogo sta anche nella completa mancanza di cartelli, di punti di riferimento».
L`attuale stato di abbandono e di degrado all`interno del Parco «impone una seria riflessione su come l`Ente di gestione intende perseguire i suoi scopi fondamentali di tutela e valorizzazione
dei territorio», ribadisce Luigi Camilloni, Presidente dell`Osservatorio Sociale.
«Il fenomeno dell`abbandono indiscriminato dei rifiuti sia speciali che ingombranti prosegue Camilloni - non risparmia neanche l`area archeologica di Veio (area urbana e necropoli monumentali circostanti) dove addirittura interi sentieri sono lastricati di calcinacci e a pochi passi dalla necropoli di Monte Michele si possono vedere carcasse di motorini, sedili e rottami di autoveicoli. Per non parlare dei frigoriferi, delle bombole del gas e di altro vario genere di rifiuti abbandonati all`interno dei sistemi di cunicoli di drenaggio e captazione che risalgono alla metà del VI secolo a.C. e che costituiscono ancora una peculiare e suggestiva caratterizzazione del paesaggio agrario antico della zona». E una vergogna a cielo aperto «che tonnellate e tonnellate di rifiuti di vario genere siano abbandonati ovunque all`interno del Parco ed anche in un`area di grande interesse nazionale come quella archeologica dell`antica città di Veio - continua il presidente dell`Osservatorio sociale - che la vede in gran parte ancora da scavare e studiare ma soprattutto da rendere fruibile in tutte le sue parti, perché in tutto il territorio sono state individuate una fitta maglia d`insediamenti antichi». Il Parco di Veio era sorto al fine di salvaguardare gli habitat naturali e la biodiversità delle aree a Nord di Roma, oltre che per tutelare e valorizzare i beni archeologici e le zone di valore storico artistico. I cittadini non vogliono ragsegiarsi, e sperano in un cambiamento. «Ogni tanto fanno piccoli interventi ma a poco servono, visti i risultati. Non possiamo abbandonare il parco nelle mani
di chi vuole distruggerlo e far finta di niente», racconta un gruppo di anziani. Lo scorso maggio è stata scoperta dai guardiaparco nella zona di Pisciacavallo, in prossimità del torrente Fosso della Torraccia, all`altezza del ventunesimo chilometro della via Flaminia, una grossa discarica.
I guardiaparco avevano visto due camion in procinto di scaricare altro materiale. La scoperta della enorme discarica è avvenuta in seguito ad un controllo su un`area di circa 4 ettari che aveva già subito in passato sei sequestri cautelativi per opere abusive, All`origine dell`intervento c`era stato un esposto. Qualcuno aveva notato lavori abusivi, la modifica del livellamento del terreno. Nell`area sequestrata c`era anche una piazzola per il ricovero di autocarri, oltre ad una montagna di rifiuti costituita soprattutto da materiale proveniente da demolizioni: asfalto, cemento, calcinacci, traversine ferroviarie, ferro. Tutto materiale che avrebbe dovuto essere stoccato in una discarica per rifiuti speciali.
milko@progettopharus.org

La Necropoli di Montefortino

Questa è l’ennesima segnalazione di come certe province o comuni minaccino zone di inestimabile valore archeologico.

Questi sono alcuni brevi cenni storici della zona.

” Il paese di Montefortino (fraz.di Arcevia (AN) )sorge sulla dorsale di un colle a circa 700 metri s.l.m., abbarbicato sulle pendici del Monte Sant’Angelo.
La sua storia è molto antica e risale al tempo dei Galli Senoni, che si erano stabiliti fra questi colli dell’ Appennino Marchigiano e dei quali è stata trovata una necropoli e una fonte sacra, che la gente del paese chiama ancora oggi Fonte del Sasso.
Dell’intero territorio gallico Montefortino era probabilmente il baluardo celtico più meridionale, al confine con gli Etruschi e i Piceni “.

L’attuale pericolo per questo sito archeologico è che la Provincia di Ancona ha approvato un piano di sfruttamento intensivo di una risorsa locale: Una particolare pietra chiamata «scaglia bianca e rossa».
Secondo questo piano di sfruttamento, il territorio del Monte Sant’Angelo è stato dichiarato bacino estrattivo e se ciò verrà attuato verrà irrimediabilmente distrutta una memoria storica che ancora attende di essere conosciuta e riconosciuta.

Ci si chiede quindi come può essere possibile che accadano certe cose, che siano privati cittadini o associazioni a difendere i tesori del nostro paese, non da volgari vandali ma dalle amministrazioni comunali o provinciali. E questo non è che uno dei molti esempi purtroppo. Come è possibile che le suddette amministrazioni non riescano a comprendere le ricchezze insite in queste aree archeologiche ?

Nel mentre che questi amministratori possano un giorno rinsavire dai loro insani propositi vi invito ad aderire al coro di proteste per la salvaguardia di questa Necropoli che può dare a noi ed alla nostra storia , ancora molto.

Salviamo la Necropoli di Montefortino

Attendiamo i vostri commenti numerosi…….

Marco La Franca

marcolafranca@gmail.com

Salviamo la Necropoli di Tuvixeddu

E’ questo un altro grido di allarme, questa volta lanciato da diverse organizzazioni come “Sardegna sotterranea”  ”Patrimoni SOS” ed altri, al quale noi vogliamo unirci.

Questi sono alcuni cenni storici sul sito, che appaiono fin da subito di grande importanza archeologica.

Tuvixeddu è un colle (M. 99 s.m.l.) dalla superficie piana irregolare Il nome Tuvixeddu indica: “colle dei piccoli fori” in quanto la stessa collina possiede numerosi ambienti scavati nella roccia calcarea dai popoli colonizzatori. Di particolare interesse è la Necropoli fenicio-punica che, contando alcune migliaia di tombe risalenti al periodo compreso tra il VI e il III secolo a.C., fa di questo sito una delle più vaste aree storico-monumentali del Mediterraneo. Tali sepolture ipogeiche erano raggiungibili attraverso un pozzo di varia profondità (fino a 10 - 12 metri) che, oltre a possedere degli appositi incavi laterali chiamati “pedarole” per facilitare la discesa dei necrofori, presentava sul fondo una o più stanzette rettangolari note come “celle sepolcrali”. L’accesso a questi ambienti sotterranei veniva chiuso con una grande pietra squadrata detta lastra sepolcrale e il pozzo veniva ricoperto di terra in modo che il defunto e il relativo corredo funerario, fossero protetti. Alcuni corredi rinvenuti nel corso di numerose campagne di scavo nella necropoli, sono costituiti da anfore, bicchieri, coppette, ampolle portaprofumi, lucerne, rasoi, armi, monete, pendenti in oro e in argento, collane, amuleti, scarabei, statuine e altri oggetti, tra i quali meritano particolare attenzione le uova di struzzo dipinte, alcune statuette del Dio Bes (divinità maschile risalente al V sec. a.C.), e tanti altri reperti che parzialmente sono esposti nel Museo archeologico di Cagliari (piazza Arsenale) e, in massima parte, nel British Museum di Londra.

Le tombe del colle Tuvixeddu sono state danneggiate fin dall’antichità, constatato che maestranze romane, nel 140 d.C., scavarono un lungo tratto di acquedotto (attualmente visibile nell’area archeologica), che intersecò parecchie sepolture fenicio-puniche. Successivamente, ricercatori di reperti senza scrupoli depredarono illegalmente questo monumento, fra l’altro privando centinaia di tombe dei loro beni archeologici.

Anche in questo secolo, a Tuvixeddu, sono stati arrecati danni irreparabili sia dalla selvaggia espansione urbanistica della città, sia dalla scellerata attività estrattiva che la vicina  Cementeria di Santa Gilla e la Calceidrata di via Is Maglias, praticavano per estrarre il calcare, agendo indisturbate per oltre mezzo secolo, occultando una miriade di tombe fenicio-puniche ed eleganti colombari romani.

L’attività dei cantieri locali “Italcementi” è praticamente passata alla storia poiché ha creato un profondo canyon lungo alcuni chilometri, che da via Falzarego giunge fino alla via Is Maglias. Inoltre, gli insistenti sbancamenti provocati dai mezzi pesanti della stessa Cementeria di Santa Gilla, ha creato una cava estesa approssimativamente quanto l’area dello Stadio cittadino intitolato a Sant’Elia.  

Fortunatamente, nei pressi di via Falzarego, si sono salvate alcune tombe con singolari decorazioni risalenti al IV sec. a.C. Queste cavità sono: la “Tomba dell’Ureo” e la “Tomba del Combattente”.

La prima è decorata, nell’arte dell’ocra rossa, con palmette, maschere gorgoniche e il cobra sacro della religione egizia, noto come serpente Urèo dal quale trae origine il nome del medesimo ipogeo che possiede la più grandiosa pittura funeraria del mondo punico.

La seconda tomba invece, presenta la raffigurazione di un guerriero mentre scaglia la lancia e per questo motivo è detta “del Combattente”.

Il pericolo imminente oltre ai danni provocati dalla suddetta cementeria e della ditta di calce idrata è attualmente il progetto urbanistico che prevede un centro residenziale che comprende tutto il colle. All’interno di questo progetto edilizio, edifici per abitazioni civili e professionali private, ville residenziali a schiera, una nuova Casa dello Studente, un Centro Direzionale e altro ancora. 

Come avete potuto vedere ,questo sito archeologico corre un gravissimo pericolo, occorre perciò unirsi al coro di proteste affinchè le autorità preposte a queste emergenze possano prendere adeguate misure per preservare un’area di così grande interesse.Invito quindi anche voi a sottoscrivere l’appello per salvare Tuvixeddu. Confidando che il buon senso prevalga sugli interessi di chi ha il potere di intevenire.

http://www.firmiamo.com/sign/petition/salviamo-tuvixeddu

Aspettiamo numerosi i vostri commenti….

Marco La Franca

lafrancamarco@gmail.com

grido di allarme per il ponte romano della valchetta

ponte della valchetta

Pubblico la seguente segnalazione pervenuta da un nosto lettore (Flaminius). Si tratta della denuncia dello stato di degrado di un ponte romano del II-III secolo a.C. detto “della Valchettta” situato in zona Tor di Valle. Il ponte è oggi sovrastato da un moderno viadotto ma subisce inesorabilmente le vibrazioni dovute al passaggio delle automobili che percorrono la strada sovrastante, mettendone a rischio l’integrità.

Si tratta dell’unico ponte fino ad oggi conosciuto che sia visibile e integro fra quelli appartenenti all’antica via Ostiense. Costruito in blocchi di tufo litoide in opera quadrata, consiste di tre fornici, come fece notare la’Ashby, e raggiunge la larghezza di 6,9m all’imposta degli archi. Il suo orientamento è obliquo rispetto alla corrente (da: “Strade Romane Ponti e Viadotti”)

Una stessa segnalazione sullo stato del ponte è apparsa anche sull’edizione on line del giornale “La Repubblica” e potete trovarla al seguente link: http://roma.repubblica.it/multimedia/home/2581948/1/10.

Fabrizio (mrfabrizio79@gmail.com)

La biga di Monteleone di Spoleto

Avrei voluto scrivere l’aggettivo “rapita” ma risulta difficile schierarasi in questo caso. E’ logico che vorremmo sempre che i tesori italici siano sempre custoditi in patria ma è per la biga di Monteleone l’acquisizione da parte del Metropolitan Museum of Art di New York, legittima o illecita che sia stata, non pare ben definita anche perchè lontana nel tempo (era il 1903).

Il punto di vista italiano:

http://www.comune.monteleone-di-spoleto.pg.it/carro.asp

Un articolo del Corsera che riscostruisce la storia:

<<Dopo l’Atleta di Lisippo e la Venere di Morgantina, ecco la Biga di Monteleone. Per trovare un seguito ideale alla controversia attualmente in corso tra il Getty Museum di Malibu e lo Stato italiano, basta davvero poco: un semplice click sul sito del Metropolitan Museum of Art, il mitico Met, di New York.

Un rapido passaggio (sempre via mouse) nella sezione dedicata alle collezioni permanenti ed eccoci al link che ospita «l’Arte dell’Antica Grecia, di Roma, dell’Etruria e di Cipro». Il (presunto) corpo del reato è qui, mascherato da una breve introduzione che racconta della nuova area da 155 milioni di dollari (la Leon Levy and Shelby White Court che verrà inaugurata con grande sfarzo nella prossima primavera) e dei capolavori che, da allora, sarà nuovamente possibile ammirare in tutto il loro splendore: il sarcofago «di Badminton», i frammenti del palazzo di Domiziano, gli affreschi di Boscotrecase, il Cubkulum di Boscoreale.
La «biga rapita», quella che gli abitanti di Monteleone di Spoleto (paesino dell’Umbria, in provincia di Perugia, 651 abitanti in tutto) reclamano da anni, è in fondo a quella lista, con tanto di fotografia e di dati tecnici: 130,9 centimetri d’altezza e 209 di lunghezza, uno splendido assemblaggio di legno di noce, lamine di bronzo lavorate a sbalzo e applicazioni in avorio, decorato con gli episodi della vita di un grande guerriero (forse Achille) e figure di centauri e animali. Proprio il golden charìot (come lo chiamano gli americani) dovrebbe essere uno dei pezzi forti del nuovo allestimento fortemente voluto dall’attuale direttore del Met, il liberal Philippe de Montebello.
«Il suo valore è immenso» è stato scritto. Niente di più vero, visto che si tratta dell’«unico carro etrusco esistente al mondo, un pezzo vecchio di 2600 anni costruito da un maestro della Sabina o forse addirittura da un artigiano ionico».

Eppure, nonostante l’innegabile valore, quel carro d’oro è (di fatto) esiliato nei depositi del Met dal 1990. Ufficialmente per un accurato lavoro di restauro, ma (forse) anche per sottrarlo alle polemiche. Perché la biga — stando alle accuse più volte lanciate dai monteleonesi—«è stata trasportata in America illegalmente, in dispregio delle leggi che tutelavano la conservazione dei beni artistici». E quindi deve ritornare alla sua casa. Alla faccia di de Montebello che ha risposto: «Dovrete passare sul mio cadavere».
Mario La Feria ha ricostruito per la prima volta la storia di questo tesoro «trafugato» in un libro edito da Stampa Alternativa (La biga rapita, pp. 160. € 13, in libreria dal 20 gennaio).

Dove si racconta (tra l’altro) come le più recenti richieste arrivate al Met dall’Italia siano passate letteralmente sotto silenzio (nonostante il supporto di grandi testate come il New York Times) da ministri come Urbani, Frattini o Buttiglione («a proposito della biga di Monteleone — si legge in un documento ufficiale — nulla risulta agli atti»).

Scrive La Feria : «In cento anni la classe politica non è riuscita a riportare in Italia un oggetto che ci appartiene e non abbiamo avuto neppure la soddisfazione di ottenere una dichiarazione di rei confessi da coloro i quali quella biga trafugata detengono e mostrano con vanto al mondo intero».

Anche se resta ancora la speranza di un (possibile) intervento dell’attuale ministro per i Beni culturali, Francesco Rutelli, vista la posizione «dura» da lui tenuta a proposito di altri due «tesori contesi»: l’Atleta di Lisippo e la Venere di Morgantina, oggi al Getty Museum di Los Angeles («O il Getty ci restituirà tutte le opere che chiaramente provengono dal traffico illecito oppure sarà la rottura» ha detto in una intervista al Corriere).
La controversa vicenda inizia l’8 febbraio 1902 quando un contadino di Monteleone (tale Isidoro Vannozzi) scopre per caso, su una collinetta chiamata Colle del Capitano, «una biga, due scheletri e alcune suppellettili».

Vannozzi aveva finito i soldi per completare la sua casa, così decide «di scendere a Norcia per vendere tutta quella ferraglia». L’affare verrà concluso per 950 lire («proprio la somma che serviva a Vannozzi per comprare le tegole del tetto»).

Mentre il carro d’oro resta abbandonato a Roma, in una farmacia del Rione Esquilino, fino a quando non transita di lì uno degli uomini più potenti del mondo, JP Morgan detto Morgan il pirata che, «follemente innamoratosi di quel reperto», lo compra e lo porta in America. Dove la biga arriverà nel novembre del 1903 dopo un viaggio in treno fino a Parigi, una lunga sosta nei sotterranei del Crédit Lyonnais e un «passaggio» dal porto di Le Havre per essere imbarcata su un cargo, nascosta dentro alcune alcune casse di frumento.

Quando si venne a sapere che la biga era in viaggio verso gli Usa, Giovanni Giolitti, capo del governo dell’epoca, venne attaccato dai socialisti «che gli stavano facendo la fronda per le riforme mancate» e che gli rimproverarono l’inadeguatezza delle strutture dello Stato nell’impedire il saccheggio delle opere d’arte. Quasi a scusarsi per il trafugamento, Giolitti si difese affermando che la colpa del disinteresse era da addebitarsi al crollo del Campanile di San Marco a Venezia (14 luglio 1902) che di fatto aveva distolto l’interesse dell’opinione pubblica «dal rapimento» del carro etrusco.
Nessuno avrebbe più pensato a riavere indietro la «biga di Monteleone» fino a quando, nel 2004, il piccolo Comune sulle pendici del Terminillo non ha deciso di riprendersi «il capolavoro trafugato», affidando la causa ad un agguerrito avvocato di Atlanta, Tito Mazzetta, ma con origini monteleonesi.

Il primo round si è chiuso con la vittoria del Met: «Non esiste alcun documento che possa comprovare la legale provenienza del prezioso reperto» ha spiegato il vicepresidente del Museo, Harold Holzer. Che ha così chiarito i termini della questione: «La biga è stata comprata con i soldi di un fondo lasciato da un magnate dell’industria americana ed è rimasta nella collezione del Metropolitan cento anni. Non siamo in possesso dei dettagli su come venne acquistata. Ma sotto il profilo legale appartiene al Met. Pretendere di portarla via, come vogliono gli italiani, è come dire che forse la Monna Lisa dovrebbe trovarsi in Italia e non in Francia».

Ma i monteleonesi non hanno alcuna intenzione di demordere e continuano a esibire sul sito ufficiale del Comune quel tesoro che sentono come «cosa loro».

«Ci sono ancora buone speranze di riportare la biga in Italia — dice il loro avvocato americano —, ma per la riuscita dell’operazione è indispensabile l’intervento del governo italiano attraverso i ministeri competenti».

La storia, dunque, continua.>>

Fonte: Corriere della Sera  04/01/2007 Autore: Stefano Bucci

Il libro a cui si fa riferimento è questo:

http://www.tecalibri.info/L/LAFERLA-M_biga.htm

saluti

Milko (milko@pharus.org)

Lucca - Parco delle 100 Fattorie Romane: una triste evoluzione

Il Sito archeologico cosiddetto delle “100 Fattorie Romane” si trova appena fuori la città di Lucca, presso l’uscita autostradale di Capannori della A11.

Questo insieme di siti archeologici scavati e in (forse) fase di scavo, che comprendono un insieme di epoche a partire dall’età del bronzo fino a quella romana, si trova, da quello che ho potuto verificare durante la mia visita di giovedi 14 Agosto 2008, in uno stato di triste e deprimente abbandono rispetto ad una mia visita di un anno fa.

I siti visitabili, raggiungibili tramite una strada sterrata percorribile con qualche difficoltà per le vetture più basse, sono tre: il Palazzaccio, le fattorie di Fossa Nera “A” e “B”. Mentre gli scavi nelle aree delle due fattorie summenzionate sono ormai da tempo compiuti e cartelli ne testimoniano storia, dimensioni e ricostruzione, il sito di Palazzaccio è ancora in fase di scavo.stato avanzamento scavi

Proprio quest’ultimo sito è quello che versa nelle condizioni peggiori; i reperti rinvenuti, mura perimetrali, resti di laterizi e resti di suppellettili di un probabile “castrum” difensivo sorto  adattando probabilmente un precedente abitato per scopi difensivi sono coperti in malo modo con teli ed esposti all’incuria del tempo e di possibili sottrazioni o vandalismi vari. La campagna di scavi sembra sospesa o abbandonata per motivi a me sconosciuti, si vedono i fili di delimitazione ancora presenti sul terreno, mentre a lato si può notare un cumulo di detriti di vario genere, laterizi e pezzi di anfore.resti di anfore e laterizi vari

Nel sito di fossa Nera “A” , tipica fattoria di epoca Giulio-Claudia di medie dimensioni vicino al paleoalveo del fiume Auser(l’odierno fiume Serchio)un tempo era visibile un cosiddetto “palmento” per la produzione del vino, luogo in cui avveniva la pigiatura dell’uva per produrre il mosto che veniva riposto in grandi vasche, ora un triste velo di terra e verde ricopre ormai tutto e le stanze sono osservabili solo nelle foto presenti sul cartello.Resti perimetrali della fattoria romana

Il Sito di Fossa Nera “B”  è stata portata alla luce una fattoria di età tardo-repubblicana, con notevoli mura perimetrali , al cui interno vi sono diverse strutture molto interessanti, una vasca per vino del Isec.d.C., una pressa per olio e una fornace per laterizi di epoca Giulio-Claudia, ma purtroppo tutte queste pregevoli strutture sono ormai scomparse alla vista nel giro di un anno totalmente coperte da fango e erba, per cui oggi un praticello cosparso da fiori di campo delimitato dalle fondazioni delle mura è tutto quello che si può osservare, il tutto delimitato da una rudimentale recinzione  fatta da un filo di ferro e pali di ferro.

Certamente un minimo interessamento delle competenti autorità di belle arti del territorio avrebbe potuto evitare un nuovo e triste “insabbiamento” di preziose testimonianze del nostro passato; basterebbe coprire con una tettoia le parti più delicate dei due siti e scavare una canalizzazione per evitare un nuovo insabbiamento del sito.

sito fossa nera B

Caius Sentius Maximinianus Caesar